Così il Pakistan ha tolto di mezzo i talebani che volevano fare la pace

Il piano dei servizi segreti militari del Pakistan funziona in due atti. Il primo atto è già andato egregiamente. Un mese fa gli agenti dell’intelligence, anche in collaborazione con la Cia americana, hanno dato l’assalto alla struttura di comando e di controllo dei talebani. Dopo avere negato per otto anni che quei leader si nascondessero in Pakistan, ne hanno arrestati nove. Eppure avevano sempre rigettato ogni accusa – non sono qui! – a dispetto delle evidenze fornite dagli americani – intercettazioni telefoniche e testimonianze.
19 AGO 20
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La presunta svolta è stata salutata come un cambio epocale dagli analisti: i servizi segreti pachistani, da sempre considerati in collusione con i talebani, hanno infine cominciato a prenderli. Assieme all’inizio dell’offensiva alleata in Afghanistan per riportare sotto controllo l’area chiave di Marjah e al martellamento senza precedenti dei droni sui covi nelle aree tribali è sembrata una ripartenza. Si è detto e si è scritto che il Pakistan ha deciso di collaborare per prenotarsi un posto al futuro tavolo della pace e per non lasciare agli altri la spartizione della propria area d’influenza, a cui sono così affezionati, grazie anche alla persuasione dei servizi segreti sauditi.
Ma qualcosa ha cominciato subito a non quadrare. I pachistano hanno detto che avrebbero ceduto i leader talebani catturati all’Afghanistan appena Kabul ne avesse fatto richiesta. Ma quando gli afghani l’hanno sul serio avanzata, questa richiesta che gli fossero consegnati i capi nemici, hanno ricevuto un rifiuto. Anzi, Khalid Khawaja, un ex militare e amico dichiarato di Osama bin Laden quando lo sceicco saudita frequentava il Pakistan negli anni Novanta, ha bloccato tutto il processo di estradizione con il pretesto di un appello alla Corte suprema per violazione dei diritti civili. Ma intanto è andato avanti il secondo atto: quello in cui tutti, pachistani e cattivi, hanno guadagnato qualcosa. Il Pakistan ha incassato l’enorme capitale politico della sua svolta a fianco dell’occidente contro i talebani.
All’ esterno – sull’ultimo numero di Newsweek l’editorialista Fareed Zakaria salutava il nuovo corso felice dei rapporti tra l’America di Obama e l’alleato ritrovato di Islamabad. E ha incassato anche all’interno: il direttore generale dei servizi segreti militari, Shujaa Pasha, s’è conquistato il prolungamento irrituale di un anno e assieme a lui altri quattro altissimi ufficiali. E anche al vertice massimo è andata bene. Il mandato del comandante dell’esercito, Ashfaq Kayani, scadrà a novembre, ma sembra che per lui sarà creato con apposito emendamento alla fragile Costituzione del Pakistan un super incarico da comandante generale delle tre armi: esercito e anche aviazione e marina. E’ lui ad avere manovrato il prolungamento dell’incarico per i suoi cinque fidatissimi, perché nell’ultimo anno hanno lavorato con efficacia: l’esercito pachistano ha colpito duro i guerriglieri con tre offensive nelle aree del Bajaur, di Swat e del Waziristan del sud.
Ma la cattura dei leader talebani, anche se ne hanno beneficiato Kayani e la cerchia ristretta dei suoi – considerati affidabili, da Washington – è stata operata dalla parte dei servizi segreti più oscura, che ancora tiene i contatti con i talebani, e che proprio per questo quando ha voluto colpire l’ha fatto con questa facilità. In realtà, i servizi segreti pachistani avrebbero soltanto fatto pulizia su richiesta dei talebani di tutti gli elementi che erano pronti a iniziare negoziati di pace con il governo di Kabul e con l’occidente. Soprattutto il trattativista Mullah Baradar, dello stesso clan del presidente Karzai e confidente di suo fratello Ahmed Wali Karzai. Nei ranghi talebani, sarebbero stati tutti sostituiti da giovani leve rabbiose e determinate, contrarie alla pace. Come gli orologi con le lancette ferme una volta al giorno, anche al Pakistan capita di fare la cosa conveniente per tutti. Ma l’occidente ha guadagnato molto poco.